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Ancora una volta la lezione di democrazia e di costume ci viene dagli Stati Uniti nella corsa per la Presidenza. Saper convivere con i cambiamenti, con se stessi e con gli altri è non è mai stato facile. Lo sapeva bene Pirandello, il premio Nobel siciliano che già settant’anni fa ha posto al centro delle proprie riflessioni il tema dell’identità personale. Settant’anni dopo, i nostri rapporti con gli altri, in più, sono sempre più mediati dagli strumenti di comunicazione: telefonini, email, youtube, televisione, giornali. In un mondo che i media manipolano senza sosta, per un personaggio pubblico è poi davvero difficile trasmettere un’immagine di sé che sia fedele e allo steso tempo coerente, univoca. E non a caso soprattutto negli Usa, molti si affidano a studi e consulenti specializzati nella gestione dell’immagine ed evitano di far conoscere aspetti di se stessi che renderebbero meno immediata la percezione della propria identità, e dei propri messaggi, da parte degli elettori. I più cercano insomma di apparire tutti bianchi o tutti neri, tutti rossi o tutti verdi: il grigio, le sfumature e le contraddizioni di cui sono tessute tutte le nostre vite, vengono nascosti agli occhi del pubblico.
Solo ogni tanto emergono personaggi che piacciono e raccolgono consenso pur presentandosi a tutto tondo, senza tentare di nascondere aspetti della propria personalità e della propria vita.
In questo periodo ci sono due donne, in particolare, che stanno sfondando il muro dei media e dei pregiudizi: una è Sarah Palin, la candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti in tandem col repubblicano John McCain. L’altra è Rachida Dati, ministro della giustizia del governo Sarkozy.
Queste donne stanno dando una scossa profonda alla politica perché offrono al pubblico un’immagine di sé complessa e sfaccettata ma allo stesso tempo forte, completa, comprensibile.
Riescono a tenere insieme aspetti apparentemente opposti che di solito, quando vengono in contatto, sgretolano l’immagine di una donna impegnata in politica. O fai politica o fai la madre. O ti occupi dello Stato o ti occupi dei figli. O fai carriera o fai famiglia.
No! dicono queste donne: noi facciamo la madre e la politica, il ministro e l’amante, la moglie e la combattente. Lo facciamo allo stesso tempo. E lo facciamo al meglio, al top.
Sarah Palin, soprannominata lipstik bulldog (il bulldog con il rossetto), ha letteralmente elettrizzato l’elettorato repubblicano e attirato l’attenzione dei media globali. Amata, odiata, temuta, adorata… la vera candidata alla guida degli Usa sembra lei, ancora più che McCain.
La donna che ama sparare col fucile, la mamma alle prese con la gravidanza improvvisa e imprevista della figlia diciassettenne, la reginetta di bellezza diventata prima sindaco, poi governatore dell’Alaska e infine candidata alla leadership della superpotenza globale sembra non fermarsi davanti a nulla e a nessuno.
Credo che Sara Palin piaccia ad alcuni e spaventi altri perché ha dimostrato di saper prendersi tutto quello che desidera, senza troppi “per favore” e “grazie”. Certo, è stata scelta da un uomo, ma in pochi giorni è diventata la protagonista assoluta della scena politica tanto che oggi, nell’immaginario collettivo, la sfida è tra lei e Barak Obama. Sara dimostra di saper gestire con fermezza sia le vicende personali e famigliari che quelle pubbliche e politiche. La sua non è una famiglia da Mulino Bianco e lei non è una madre da vetrina: E’ una madre alle prese con gli stessi problemi che tutte le mamme del mondo affrontano. Questa è la sua grande forza: affrontare le difficoltà con piglio ma senza perdere il senso dei valori e delle priorità, sapendo coniugare in modo inedito - e affascinante - ragion di stato e affetti privati, senza sacrificare gli uni agli altri, senza dover per forza rinunciare ad essere insieme donna, madre, moglie, politica. Perché viene esaltata fino al paradosso o demonizzata oltre limite? Perché in realtà è la donna che tante donne vorrebbero essere: intelligente, decisa e femminile, dolce e coraggiosa.
Un’altra donna che piace in virtù della propria immagine complessa è Rachida Dati. Il ministro della giustizia francese partorirà tra pochi mesi un bambino di cui non vuole rivelare il nome del padre nel nome della propria autonomia e della propria libertà. Figlia di poverissimi immigrati maghrebini trasferitisi in Francia, Rachida ha saputo conquistare il proprio posto sul palcoscenico della vita con determinazione, tanto studio e duro lavoro ma senza mai perdere la propria umanità e il senso dei valori. Quando le è stato chiesto chi fosse il padre non solo ha detto che sono affari suoi ma ha aggiunto: “Sapete, la mia vita privata è molto complicata”. Con queste poche e semplici parole ha provocato una svolta: ha affermato di essere sia donna che politico, sia persona che istituzione. Ed ha fatto capire che non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra condizione: si può essere un ministro e soffrire pene d’amore. O, forse, essere pazzamente felice. Ma questi non sono affari nostri.
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Pocket Luglio 08
Adelina è la ragazza rumena che per tanti anni si è prostituita e che mi ha fatto aprire ancora di più gli occhi su un fenomeno che lungi dalla libera scelta e dai luoghi comuni sul mestiere più antico del mondo si avvicina sempre di più alla schiavitù. “Ti vedo in televisione vieni con me ti faccio capire io cosa significa stare sulle strade 12 ore al giorno” mi ha detto un giorno invitandomi a passare qualche ora in via Abruzzi a Milano.
Ore da incubo. Ore in cui mi sono sentita umiliata come essere umano, prima di tutto, come donna e come politico. E da li mi sono convinta che la mia battaglia per chiudere questi bordelli a cielo aperto era una battaglia che dovevo portare avanti. Non parlo per una questione morale ma per una questione di dignità. Viale Abruzzi a Milano è come Via Salaria a Roma o come i vicoli del porto di Genova o qualsiasi altra strada di tante città italiane. Ovunque sono stata, con l’aiuto di tanti comitati di quartiere ed anche di molti religiosi, suore e sacerdoti che si battono contro questo sfruttamento del sesso la risposta che mi è arrivata è sempre la stessa: restituire dignità alle schiave del sesso come le chiamava Don Benzi. E’ per questo che mi è venuta l’idea di un referendum che servisse a scuotere le coscienze ed il risultato è stato immediato grazie alla sensibilità soprattutto di un ministro intelligente come il titolare del Viminale Roberto Maroni.
All’estero, nei paesi dove la prostituzione è regolamentata le persone che lavorano sulla strada rappresentano una percentuale minima del totale (2%-3%). Io non voglio riaprire le case chiuse come molti giornali erroneamente titolavano, voglio togliere la prostituzione femminile e maschile dalle strade perché è l’unico modo per dare un colpo mortale a quella “organizzazione”che c’è dietro ogni lucciola. Un fenomeno che non risparmia giovanissime minorenni prevalentemente dei paesi dell’est, africane e da qualche tempo anche cinesi.
Non si può girare la faccia dall’altra parte quando l’età di queste povere disgraziate si abbassa sempre di più fino ad arrivare a 14, 15 e anche13 anni! Secondo l’ultimo rapporto (2007) dell’Osservatorio sulla prostituzione del Ministero dell’Interno, si stima che oggi le prostitute in Italia siano 50 mila –anche se altre stime parlano di 70 mila- provenienti da 54 paesi del mondo.
Nigeria, Moldavia, Romania, Ucraina, sono i paesi più “rappresentati” ma si è notato negli ultimi tempi un forte aumento delle cinesi e delle thailandesi che sembrano invisibili perchè lavorano soprattutto in luoghi chiusi che difficilmente le Forze dell’Ordine o i volontari riescono a raggiungere. Inoltre c’è la tendenza da parte degli sfruttatori di non far stazionare per lungo tempo nello stesso luogo le ragazze che vengono trasferite di città in città, addirittura di paese in paese, un vero e proprio traffico umano internazionale molto redditizio e poco rischioso. E già questo da l’idea che esistono organizzazioni ben strutturate che bisogna colpire con tutti i mezzi a disposizione perché non continuino a guadagnare sulla pelle di queste povere vittime. Dietro la prostituzione, afferma Don Ciotti in un suo intervento su Famiglia Cristiana, ci sono quasi sempre storie di povertà e miseria, “viaggi della speranza” che si trasformano in incubi. Chi si prostituisce è vittima, non colpevole, sono le mafie che approfittano della disperazione umana devono essere sconfitte. E anch’io penso che è proprio questo il punto.
E’ necessario sottrarre i soggetti più deboli e indifesi allo sfruttamento feroce da parte della criminalità per dare loro un’opportunità di conoscenza dei propri diritti, una tutela sia sociale che sanitaria finalizzando l’azione al loro inserimento nella società per cambiare vita per tutte coloro che lo desiderano.
A dicembre scorso l’Istituto Piepoli ha effettuato un sondaggio con il quale si chiedeva ad un campione rappresentativo di italiani maschi e femmine dai 18 anni in su in che misura il problema della prostituzione sulle strade doveva essere una priorità del Governo: l’86% ha risposto che il fenomeno dovrebbe essere considerato un’urgenza e che comunque dovrebbe essere in qualche modo regolamentato e all’interno di questo 86% ben il 67% degli italiani vorrebbe ripristinare le case chiuse. Ciò conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che la battaglia per togliere i bordelli a cielo aperto deve essere combattuta strenuamente. Nel sito stradeprotette.com, ci sono informazioni e il testo del quesito che abbiamo depositato per la richiesta di referendum sull’abolizione di alcuni articoli della Legge Merlin, una legge vecchia di 50 anni che deve essere necessariamente attualizzata e resa incisiva per contrastare efficacemente il commercio della prostituzione in modo da restituire anche sicurezza ai cittadini.
La questione è complessa ma va affrontata senza false ipocrisie e perbenismi.
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POCKET Giugno 08
Da tempo la politica e gli organi di informazione hanno posto al centro del dibattito nazionale la questione della sicurezza accendendo un riflettore sul popolo rom, sugli immigrati clandestini, sulle azioni talvolta terribili che spesso li vedono protagonisti e sulla reazioni esasperate di alcuni cittadini italiani. L’esempio più emblematico risale a poche settimane fa quando, dopo un
apparente tentativo di sequestro di un bambino nel rione Ponticelli a Napoli da parte di una ragazzina rom, degli sconosciuti hanno dato alle fiamme il campo nomadi che sorgeva nel quartiere, costringendo la maggior parte degli occupanti ad abbandonare le proprie misere abitazioni.
Lo scontro politico si è fatto rovente ma a me sembra che si sia perso di vista il più elementare buonsenso. Sono convinta che la difficoltà ad affrontare questo problema con razionalità e umanità derivi anche da una certa mentalità “buonista” e “terzomondista” tipica della sinistra estrema la quale è stata due anni al governo con un ministro che, come Paolo Ferrero, si dichiarava orgogliosamente “ministro dei clandestini”. Anche grazie a lui, nel nostro Paese alla rovescia, più una cosa è ovvia e piena di buonsenso più appare rivoluzionaria e viene ostacolata. Chi ¬ come il neoministro Brunetta - dice che un impiegato o un dirigente ”fannullone” della pubblica amministrazione dovrà essere licenziato, perché col suo comportamento danneggia tutti, viene accusato di radicalismo, di essere nemico dei lavoratori. Subito i sindacati e le opposizioni hanno levato gli scudi e lanciato i loro strali: “Giù le mani dai lavoratori!”, “Prima si premino i capaci, poi si puniscano i colpevoli”, “Prima si giudichino i dirigenti, poi gli impiegati”, “Prima si licenziano i “fannulloni della politica”, “Prima si elaborino metodi concertati per misurare la produttività e l’impegno di un lavoratore”.
Allo stesso modo chi ¬ come me ¬ sostiene che gli immigrati clandestini devono essere espulsi perché colpevoli del reato specifico di immigrazione clandestina, che prevede l’espulsione, come minimo viene accusato di essere razzista e fautore della pulizia etnica. Insomma, oggi, in Italia, chiunque chiede che la legge sia uguale per tutti, applicata in modo neutrale e tempestivo, viene dipinto come nemico della tolleranza e della convivenza pacifica. Così, mentre le cronache riferiscono quotidianamente di stupri, omicidi, incidenti d’auto mortali, furti negli appartamenti, tentativi di sequestro di bambini e riduzione di esseri umani in schiavitù e altri crimini messi in atto
da extracomunitari e da nomadi, la maggior parte degli opinion leader, dei politici e degli editorialisti “che contano” fanno a gara nel denunciare il comportamento razzista e intollerante degli italiani. Sia chiaro: farsi giustizia da sé è sbagliato, sempre. Generalizzare, criminalizzando un intero popolo per colpa di un delinquente, è addirittura stupido. Inoltre, dare alla fiamme un campo nomadi “per vendetta”, con il rischio di uccidere qualcuno, è un comportamento criminale che va punito e stigmatizzato.
Ma sono anche convinta che alcuni dei comportamenti sbagliati messi in atto dai nostri connazionali siano il frutto avvelenato della latitanza dello Stato, della indifferenza delle istituzioni, della cultura di una certa sinistra che vede solo diritti e nessun dovere, che assolve preventivamente ogni straniero solo perché “diverso”, che ha preferito occuparsi di banche e finanza piuttosto che sgombrare i rifiuti per le strade. Si dice spesso che la mafia riempie un vuoto lasciato dalle istituzioni e che la malavita organizzata prospera laddove lo Stato è inefficiente e disorganizzato: dove non ci sono parcheggi custoditi spuntano i parcheggiatori abusivi; dove non si assicura l’ordine pubblico spuntano le ronde, quando i campi nomadi proliferano senza controlli e senza regole allora ¬ come a Napoli spunta la camorra che incendia il campo nomadi. Io ho visitato personalmente, a Milano, alcuni di questi campi. Ho visto con i miei occhi la situazione di abbandono totale in cui sono lasciati sia i rom che i residenti dei quartieri periferici, e sono convinta che gli abitanti delle zone in cui sorgono queste “favelas” sovraccariche e incontrollate quando cercano di farsi giustizia da soli è perché si sentono abbandonati dallo Stato, dalle istituzioni, dalle amministrazioni.
La radice dell’esasperazione e della violenza che stanno prendendo piede e che devono assolutamente essere fermate è dovuta alla latitanza dello Stato, alla mancanza di controlli e di repressione. Nonostante certa retorica, sono infatti certa che i primi a chiedere una politica rigorosa siano proprio i rom, i nomadi, gli extracomunitari e gli stranieri per bene. Perché sono i primi a sentirsi diversi e distanti dai loro connazionali criminali e sono i primi a voler essere riconosciuti e trattati come persone oneste.
Daniela Santanchè
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Qualche mese fa, dopo un periodo di intenso allenamento
per le strade di Milano e Roma, ho deciso di accettare una
sfida personale partecipando alla maratona di New York: la
gara podistica più famosa del mondo: quarantadue
chilometri e 195 metri percorsi da decine di migliaia di
corridori di ogni nazionalità che attraversa i quartieri
di Queens e di Manhattan per terminare a Central Park.
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Quello dei giovani è un tema che mi sta a cuore. Tanto quanto la grande questione “femminile”.
Sono convinta che saranno due “soggetti” che faranno il futuro della nostra nazione.
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Una tendenza globale evidente è sicuramente questa: il mondo intero si sta abituando a convivere con una politica in cui le donne assumono sempre più un ruolo di primo piano. Ed era ora. Anche se più all’estero che in Italia, purtroppo. D’altronde da noi giunge tutto con un po’ di ritardo, qualcuno ha detto che anche il ’68 da noi è arrivato nel ’69…. quindi resto fiduciosa.
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In Italia sono nati nel 2006 più di 500 mila bimbi, tra questi il 10,3% sono nati da stranieri. È l’aumento maggiore degli ultimi dodici anni. Purtroppo però continuiamo ad essere un Paese a crescita zero, infatti, la differenza tra i bambini nati (560.010) e le persone morte (557.892), è praticamente nulla, lo rileva il bilancio demografico nazionale 2006 dell’Istat.
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Amo molto leggere e tenermi aggiornata, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e sapere. La lettura mi rilassa, quando entro in libreria e non sono alla ricerca di un libro specifico, ma cerco qualcosa da leggere per me, amo girare a lungo tra scaffali, settori e ripiani facendo scorrere lo sguardo tra migliaia di titoli, introduzioni, ultime di copertina, fino a quando, ormai quasi frastornata da una offerta talmente ricca da far venire le vertigini, scelgo il libro ‘giusto’ come in preda ad una ispirazione improvvisa.
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I ‘bamboccioni’: con quest’espressione il ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa intendeva indicare i ragazzi che vivono in casa fino ai 30, 35 anni e che rinunciano a costruirsi una vita indipendente e autonoma non solo per le difficoltà oggettive della vita – come gli affitti troppo cari o il lavoro precario - ma, soprattutto, per comodità e per pigrizia.
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Sono sempre più convinta che l’anticonformismo sia il sale della vita, ciò che rende ogni persona diversa, autentica, in grado di trasmettere qualcosa di nuovo e di originale agli altri.
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